Allegoria del principio

Dietro l’attitudine proto surrealista dei ritratti arcimboldeschi, al di là della minuziosa e ariosa pittura di Jan Bruegel, si cela lo stesso impossibile compito: la rappresentazione di un principio astratto.

L’invisibilità dei quattro rizomata, l’intangibilità del loro nucleo di senso, rende il tentativo pittorico dei due artisti interessante e degno di un’analisi ravvicinata. In entrambi i casi la prassi iconica vorrebbe esprimere l’immagine della ragione seminale del mondo attraverso le creature e le cose in cui tali principi si agitano. Nel caso dell’Allegoria del fuoco di Bruegel e del ritratto Il fuoco dell’Arcimboldo, si tratta degli oggetti che producono, alimentano e sono il risultato dell’azione creativa – e insieme distruttiva – del fuoco.

L’universale animazione del cosmo, sostenuta da queste materie primordiali, si “vede” nelle sue filiazioni minute. Arcimboldo, reduce da una lezione profondamente rinascimentale e neoplatonica (orfico-cabalistica) in particolare – quella che vede nelle cose agire un principio vivente, lo stesso che tiene insieme il linguaggio, facendo aderire le parole alle cose -, tenta però l’inatteso: cerca di mostrare l’invisibile, lo fa attraverso l’arte pittorica e la prassi rappresentativa del ritratto. Dona un’immagine al principio igneo grazie alla finzione antropica, rilevandone il carattere in un tipo umano. La visione di profilo colloca la figura nell’immaginario del potere, che rintraccia in questa posa la prossemica adatta a rappresentare una certa “statura” del personaggio (il Rinascimento, si sa, alimentò la sua passione per l’antichità anche attraverso lo studio della numismatica; la romanità è un’allucinazione che rifulge tra le schegge dei sesterzi).

Cosa più curiosa avviene quando l’Arcimboldo propone dei ritratti frontali; in questo caso, l’escamotage figurativo – che permette di dare una forma ad un principio attraverso la giustapposizione degli oggetti che lo richiamano – crea una sensazione di informità; ci accorgiamo della finzione e la materia che concorre a dar forma a un viso non ha più un rapporto realistico con esso: è semmai proto-surrealista. Il ritratto del fuoco del pittore milanese opera, in ossequio ad una ragione metaforica, declinando in pittura una figura metonimica (mettendo in scena le parti in cui si agita il fuoco-olos, la materia onnipervasiva): nella fissità della scena rappresentata si rivela agente una prospettiva anatomica, che dimostra una impudica attenzione nei riguardi dei particolari organici che permettono ad una materia eterogenea di fingersi parte di un corpo inventato.

Diverso il caso dell’Allegoria del fuoco di Jan Bruegel, un quadro in cui si inscena un movimento ampio, tipicamente barocco, esplicitazione perfetta del concetto stesso di allegoria. Se nel ritratto dell’Arcimboldo prevaleva una valenza metaforica della composizione e un’anatomia della figura, qui siamo di fronte ad uno studio teatrale, somatico, del corpo igneo. I suoi confini non vengono fatti coincidere con quelli dell’epidermide di un corpo fantastico, ma con la mappa dei luoghi in cui può spingersi il senso, la ragione del fuoco. La ring composition di Bruegel ricomprende il ciclo vitale del principio “fuoco”: dalla fucina, dove si forgiano le armi, al campo di battaglia, dove esse esplodono. Non viene tentata un’ipotesi immaginifica del principio, ne viene lasciata emergere, nel suo ampio campo d’espressione, l’essenza. La tecnica vedutistica, l’attenzione al particolare, la pittura tecnicizzata dall’utilizzo di una lente d’ingrandimento, serve a guadagnare campo per il movimento, per inventariare tutta l’esorbitante energia del fuoco. Ragionare sulla distanza tra i bagliori lontani di una battaglia e la forgia in cui ribolle il crogiuolo; vedere ammonticchiati, rifiniti e precisati nei loro minimi dettagli, tutti gli arnesi del fuoco: ecco cosa ci consegna l’artista olandese.

Qualcos’altro però è celato, in questa pratica allegorica; una sorta di estraneazione, di allontanamento, concede di cogliere nel suo aspetto più generale il quadro, dimenticando se stessi. Ecco, mentre nei ritratti dell’Arcimboldo notiamo una vicinanza pronunciata, il tentativo di personificare un principio, nelle allegorie di Bruegel avviene il contrario, quello che si accende è lo sguardo dell’estraniato, che rimane sulla soglia della scena e la descrive rinunciando a prendervi parte.

A.B.

In evidenza: una sovrapposizione dei quadri “Allegoria del fuoco” di Jan Bruegel (1608) e “Il fuoco” dell’Arcimboldi (1566).

 

 


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