Il tempo dei gitani

Si rimane sempre stupiti dalla capacità di un regista di allestire un mondo sullo schermo, di disporre oggetti persone e paesaggi in maniera così naturale da non poterli immaginare diversamente da come sono e da come vengono filmati.

È quello che capita con i film di Kusturica, così folkloristicamente connotati da costringere ogni pregiudizio a riconvertirsi in paurosa ammirazione per un’umanità fantastica, indifferente alla modernità e vivente da sempre in un tempo mitico. Una capacità di liberare nello sguardo un mondo magico, brulicante a pochi chilometri da noi, forse ancora resistente, o mai esistito se non nella geniale immaginazione del regista serbo, che lo avvicina a Fellini, a un certo gusto per il surreale e il grottesco. Ma Kusturica, ancor più che un regista felliniano, sembra essere abitato da un genio demo-etno-antropologico, i suoi film paiono aver inventato un genere singolare, che con un risibile sforzo di sintesi si potrebbe chiamare: docu-fantasy della spiritualità gipsy.

Un popolo senza nazione, che vive entro i confini del rito, in cui la storia e l’attualità rimangono sullo sfondo. La vera realtà , i reali moventi riposano altrove, nel mito, in una forma che non si attualizza ma ripropone le stesse figure, sempre. La magia del tempo dei gitani è metamorfica, conforma la contemporaneità al proprio orizzonte di senso, assegnando valori eterni a manifestazioni che abitano il presente. Tutto ricade nella patria del mito, ogni evento viene ricondotto, mediante la sua ritualizzazione, allo stadio di momento di iniziazione, di formazione, di cambiamento. L’apparente multiformità del reale, l’accelerazione della modernità che confonde l’aspetto del mondo, vengono semplificati dalla nenia mitica, dal racconto cosmogonico che parla di un’originaria unità, della separazione tra cielo e terra, dell’opposizione e attrazione tra femminino e padre che dà una forma leggera alla vita, senso alla morte e accoglie ogni nascita con immutato stupore. Sotto l’egida di questo sacro mantra la realtà prende le sembianze del mito: in esso si muovono i personaggi di Kusturica, uomini e donne senza patria, il cui destino è un sentimento vago e potente del tutto.

Così, come vuole la trama del racconto mitico, un giovane parte alla ricerca di fortuna, si perde nel mondo e alla fine torna per saldare i debiti, sposare l’amata, per poi serenamente morire mentre il figlio già prende il suo posto. Il tutto avviene come se la logica non esistesse e vigesse invece un altro ordine di senso, dischiuso dal pensiero magico. Esistono, lo schermo ce lo mostra, persone che vivono senza pagare alcun debito alla legge di gravità, in un mondo pre-galileiano e non euclideo, dove le case possono essere sollevate da un ape car, i cucchiai camminare sui muri e le promesse, le intenzioni e le azioni degli uomini non sono mai completamente verificabili. La vita, nel tempo mitico dei gitani, è un gioco rocambolesco che corre da un treno a un piroscafo, attraverso mari, città e bidonville; un viaggio da accattoni in cui non ha senso lavorare per sopravvivere: meglio usare l’astuzia, la magia per recuperare del danaro, per entrare in possesso di un altro oggetto mitico che significa casa, matrimonio e cura. Perché si può solo transitoriamente, magicamente, entrare nelle trame del reale, comunicare con la segreta musica che fa danzare il mondo, muovere le cose e dare al corso delle proprie esistenze il gusto del sogno.

Ether Maraj

In evidenza: una scena dal film di Emir Kusturica, Il tempo dei gitani, 1988.

Edizioni Grenelle

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