La Belle Noiseuse

La Belle Noiseuse, film del 1991 diretto da Jacques Rivette, con Michel Piccoli, Jane Birkin e Emmanuelle Béart, liberamente tratto dal racconto di Honoré de Balzac Le Chef-d’œuvre inconnu, rivela un’insospettabile natura letteraria. Nonostante la potenza conturbante delle immagini – la Béart nuda per buona parte del film – il film si dimostra, per così dire, più scritto che “visibile”.

La vicenda, forse nota, racconta il riaccendersi della fiamma creativa (ed erotica) nella vita di un artista ormai in crisi. L’innesco della vicenda è la visita di un giovane pittore e dalla sua compagna al vecchio maestro. Sarà proprio questa ragazza, di una bellezza provocante, a motivare la ripresa di un quadro incompiuto. Nonostante l’iniziale contrarietà della modella, musa designata, cominciano cinque lunghi giorni durante i quali le sedute di posa fanno da cornice alla montante tensione drammatica tra i personaggi. La letterarietà del film, cui alludevamo, viene esibita a partire dal centro della scena: l’atelier in cui Michel Piccoli – Frenhofer nel film – accoglie Marianne – interpretata dalla Béart – per i loro incontri dal “vero”.

Ben più dell’incastro dei corpi, più della dialettica degli sguardi, quello che conta sono tutti quei processi di pensiero inespressi, forse non compiutamente formalizzabili, relativi al rapporto dell’artista con la sua creazione. Il maestro manipola la modella, fa dialogare i volumi del suo corpo con la luce pulviscolare dello studio; lei reclama un’umanità forse fuori luogo, completamente ridotta ad oggetto dello sguardo, a forma ricomposta per alludere ad altro. Tutta questa apparente apertura dell’immagine, questa prioritaria offerta alla vista, sembra funzionale al discorso sul significato di una costruzione artistica. Nonostante la sua impressionante dimensione visiva questa pellicola dimostra il suo bisogno di venire accolta tra le pagine di un libro, di riprendere il discorso che ne ha ispirato la realizzazione. La nudità calata in un atelier è muta, in attesa che lo sguardo ne riformuli la forza, che il pensiero ne riorganizzi il senso.

Quello che potrebbe definirsi, per l’oggetto del suo discorso, un film “italiano” (come italiani sono i racconti sull’arte di Henry James): un film sul processo creativo di un artista, sull’allucinata coltivazione di una mania, sulla ricerca ossessiva di un filo, si muove in stretto contatto con le pagine di Balzac e, soprattutto, di James. Il film, infatti, oltre che al succitato racconto Il capolavoro incompiuto, è legato a delle magnifiche narrazioni brevi firmate dal romanziere statunitense. Parliamo di The Figure in the Carpet (1896), The Sweetheart of M. Briseux (1873) e The Madonna of the Future (riscritto dall’autore in tre battute: 1873, 1875 e 1879). Questi racconti faranno parte di una raccolta jamesiana, in uscita per Edizioni Grenelle nella collana Narralia.

Come sempre, quello che incuriosisce, al di là dei dichiarati riferimenti, sono le omissioni. Più dei corpi nudi, esposti allo sguardo prima imbarazzato poi indifferente dello spettatore, sono le parole nascoste a sconvolgere, a impressionare come la cifra nascosta che emerge a dare inaspettato senso alla trama.

Ma Dame

In evidenza: una scena dal film La Belle Noiseuse (La bella scontrosa, nella versione italiana).


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