Kosuth, artista platonico

Quando penso a Joseph Kosuth ⟨kòsut⟩ non posso trattenermi dal pensare a Platone. Non posso non pensare a quanto sarebbe utile aggiungere tra le pagine del Cratilo un’immagine di “One and Three Chairs” (1965). Sebbene il riferimento filosofico esplicito dell’artista americano sia Wittgenstein, la tentazione di avvicinare la triplice esposizione di una sedia, della sua riproduzione visiva e della sua definizione linguistica, al tentativo di indicare la strada che porta lo sguardo della mente a realizzare (termine quanto mai improprio) l’idea platonica è inevitabile. Il primo sospetto ci viene dalla distribuzione degli oggetti davanti allo spettatore; la reiterata presenza di una sedia, rappresentata sotto differenti aspetti, allude in realtà ad un’assenza, ad una invisibilità sensoria, ad un’idea dell’intelletto. Il percorso dello sguardo sembra risalire da un’entità tridimensionale ad una forma piana a un testo (dunque ad un’immagine mentale), lasciando intendere l’esistenza di un qualcosa privo di dimensione nella cui ombra giacciono tutte queste figure. Nulla di più eloquente e silente insieme di questa distillazione della forma; nulla di più tragico di questa scoperta: che non basta avere di fronte qualcosa, possederne una raffigurazione visiva o una traduzione linguistica per contemplarne l’idea; l’idea non è nella cosa, né nella sua immagine e nemmeno nella definizione che la dice.

Certo, questo discorso non regge di fronte alla stragrande maggioranza del sentire comune, per il quale basta accordarsi sul senso delle parole, far accompagnare l’espressione all’indicazione, avere sotto mano l’esemplare autentico o una copia per intendersi su un comune significato e parteggiare la stessa idea di qualcosa. Lo spazio di questa installazione sembrerà pertanto a molti mal speso; un’eccessiva premura espressiva e un’inutile concentrazione di energie sono impiegate per riferire un messaggio quasi ovvio: “è una sedia”, o meglio “una sedia è”; insomma si tratta di una sedia.

Qualcuno, forse, ironizzerà sull’eccesso di zelo dell’autore che, volendo evitare ogni sorta di fraintendimento, ha preferito abbondare nell’esaustiva offerta di un concetto, nella presentazione di un oggetto quotidiano in tutte le possibili maniere del suo darsi, invece di affidarsi all’odissea dei pareri. L’autore è dunque un perfezionista, o chissà, un comunicatore disilluso, concentrato in un’operazione controproducente dal punto di vista artistico? Vuole cioè vietarsi il divertimento e la rassicurazione ultima della poiesi, disinnescandone la deriva polisemica?

Il percorso ermeneutico, dunque, in questo caso non è mappabile come circuito, né come struttura rizomatica, ma come un semplice vettore che parte dallo sguardo dello spettatore e arriva all’oggetto esposto, sovraesposto nelle sue diverse dimensioni comunicative. In realtà, in una realtà che se ne infischia del senso comune, a questo vettore è assegnato un compito infinito, un tentativo di abbordaggio fallimentare alla “cosa”, condannato – per asindeto – a non arrivare da nessuna parte.

Una simile spiegazione dell’opera di Kosuth, e di riedizione del destino intrinseco di un’opera alla “deriva”, nel caso di “One and Three Chairs” sembra paradossale: l’obiettivo della visione, e contemporaneamente, della comprensione pare assodato; invece, quelli che sembrano i bersagli dello sguardo, la sedia – una e trina, nella sua materiale presenza, nella bidimensionale visibilità e nella sua definizione linguistica -, sono dei semplici luoghi di passaggio. Il vero, indefinito, traguardo della visione contemplante questa installazione è un non luogo, un invisibile entità, una visione intelligibile, un’idea appunto.

E sebbene quando parlo di una sedia (o di un orologio, di un martello, di una sega, tutti oggetti utilizzati dall’artista americano per altrettanti ready-made della sua opera) ciò che posso fare per comunicarne il senso è riferirmi ad uno degli strumenti apparecchiati da Kosuth davanti allo spettatore, tuttavia quello che farò non è ancora coglierne l’idea; questa è esperienza parziale – privata e transitoria insieme – che ci è dato di fare raramente. Noi non maneggiamo che copie, simulacri di sensi, non certo essenze delle cose quando parliamo, proiettiamo o illustriamo riferimenti; la nostra esistenza ha bisogno di poco, questo poco è sufficiente – Kosuth esemplifica bene la nostra cassetta degli attrezzi semantico-espressiva – ma è pur sempre un povero comitato di mezzi. Ecco perché “One and Three Chairs” è l’esposizione di una carenza e di un’assenza insieme, l’istantanea di uno stato precario dell’essere e del comprendere; qualcosa di squallido, di spoglio ma forse di necessario da mostrare.

Ghes Poe

In evidenza:  “One and Three Chairs” (1965) di Joseph Kosuth.

2 Comments

  1. (agosto 2018) Sono stata al museo Pompidou, e mi sono soffermata ad osservare quest’opera, che non conoscevo. Dopo averci riflettuto, ho proseguito la visita. Mi sono girata un attimo per rivedere e ripensare l’opera, e dalla stanza successiva si è creata davanti ai miei occhi una nuova immagine. Ho scattato una semplice foto che chiamerò: “The forth chair”. Questa mia foto riprende sullo sfondo le tre sedie di Kosuth, ma ne aggiunge in primo piano una nuova, in plastica nera: quella del custode del museo. Dunque, lo stesso oggetto fisico, materiale, come quello in legno al centro dell’opera. Ma l’oggetto dell’artista è protetto dall’utilizzo che ne potrebbero fare gli osservatori (o più probabilmente i turisti), con un divieto a sedersi: l’oggetto viene privato della sua utilità primaria, del suo senso diretto, e diviene solo messaggio. A pochi metri, lo stesso oggetto serve a banale, semplice ed anonimo strumento di riposo. Allo stesso tempo, però, la mia foto richiederebbe ora l’aggiunta di una quinta sedia. Mi allontano con un senso di divertito dubbio. Esperienza d’arte. Sorrido al pensiero dei commenti sconcertati di chi, aspettandosi dal mio viaggio a Parigi una foto della Tour Eiffel, troverà invece appesa nella mia stanza la mia imperfetta foto: “The forth chair”.

  2. Per approfondire il senso dell’ “esposizione della carenza” , dell’esperienza parziale, privata e transitoria, suggerisco la lettura di Vladimir Jankélévitch: “Le je-ne-sais-quoi et le prèsque-rien”.


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