La cascata di Berkeley

I termini che stabiliscono il riferimento estremo del nostro discorso sono la meditazione seduti (lo zazen) e la massima paradossale, in realtà più in linea con lo spirito dei tempi (un secolo nuovo, illuminato) e con un certo sentimento ecclesiale (l’idea, sempre rinnovata, di un dio-garante dell’ordine cosmico) di quanto si possa immaginare. Tale massima fu elaborata da un vescovo anglicano irlandese, riconosciuto come l’anticipatore dell’idealismo se non altro perché fu così ingenuo credere alla possibilità di ricevere dei sussidi per la fondazione un collegio nelle isole Bermude e, soprattutto, perché immaginò di aver inventato un miracoloso medicamento contro le epidemie che funestavano la sua epoca.

Tale farmaco, individuato nell’acqua di catrame, non fu tanto efficace, nell’emendare il mondo dalle malattie, quanto una curiosa massima di sua invenzione: esse est percipi.

Detta in volgare, questa frase, suonerebbe così: l’esistenza delle cose è riferibile esclusivamente al loro essere percepite; nulla c’è se manca la mente che concepisce, il corpo che sente. E nulla era l’acqua di catrame prima che il filosofo Berkeley le ascrivesse poteri curativi, validi fin tanto che egli ne decantasse le virtù terapeutiche.

Era un tipo curioso George Berkeley, amante del bel mondo e grande viaggiatore; ma nonostante avesse varcato l’Atlantico non conobbe mai l’oriente, né probabilmente l’opera del gesuita marchigiano Matteo Ricci, che qualche anno prima aveva visitato la Cina e forse conosciuto la dottrina del vuoto spirituale, il Buddhismo Zen. Tale dottrina si distinse per il rifiuto di ogni tentativo di permanenza, fosse anche il tentativo di consegnare allo scritto parte del suo insegnamento; l’autorità dei sutra del Buddhismo Chán cinese – per il cui tramite giunse in Giappone nel IX sec. – venne messa in discussione e cercata, per mezzo di un’autentica “intuizione del cuore”, la vacuità segreta (e manifesta insieme) che rivela e ricapitola il satori.

Ma torniamo al nostro discorso. La linea di equilibrio, e di conflitto insieme, che tiene insieme questi due paradossali termini – la teoria filosofica di un empirista inglese e la dottrina zen – consiste in quel curioso insegnamento noto come kōan. Esso è il punto di rottura della dialettica tra maestro e allievo; in particolare, il binomio tema-soluzione trova nella proposta di un quesito sorprendente (un kōan appunto) il veicolo per presentare all’uomo il suo occulto compagno di strada: il vuoto. Un vuoto non estinguibile, una vacuità che coincide con la realtà vera e, contemporaneamente, con un pensiero che è il termine stesso della mente.

In questo quadro fatto di dissolvenze dello spirito, di atmosfere lattiginose della mente, il kōan irrompe come un buco nero che ingloba la visione ordinaria delle cose proiettandola in uno stato in cui la presenza della coscienza non assume l’aspetto del “se stessi” ma quello di uno sguardo sul fluire inesausto di tutte le cose e del loro disperdersi oltre la cintura del mondo.

Ora, il veicolo corporeo del kōan nel Buddhismo Zen è la meditazione seduti, lo zazen. Nello zazen tutto si confonde; si abbandona la statura eretta ma l’orizzonte si amplia, fino a perdersi il senso della sua stessa parola, si resta immobili eppure si procede con una velocità sconosciuta, la gamba destra si complica nella sinistra, la ragione devolve una parte all’intuito, il maestro trasfigura nell’allievo, la disciplina elabora una linea di rivolta. Quello che resta è un vuoto, un semplice infinito nulla in cui svanire, nel soffio di un’espirazione prolungata, che abbandona il corpo da cui fluisce, e perde gradualmente il marchio della bocca da cui è emessa. Così si diventa un nulla totale. Non c’è più alto e basso, non più esistenza racchiusa da un corpo a contare il tempo e segnare delle tacche sul mondo, c’è solo “essere” aperto. Il vuoto, il far strada al vuoto che ci abita e viene tacitato dal pensiero, diviene strumento per essere, non più noi, esili uomini, ma un tutto indistinto, inesausto.

Ecco un orizzonte di pace! Tradizione ancestrale di una parte del globo scomparsa, che abitava le zone remote di ogni epoca, un oriente del pensiero – anche quando fioriva nel cuore dell’Occidente (ricordate Pico e Ficino?) – sorgivo e umbratile, al riparo del clamore del pensiero dominante. Incredibile ironia vedere come tale sapere fu saccheggiato, in epoca moderna, dall’insoddisfazione della schiatta dei vincitori, dei detentori del potere, del benessere materiale, fino a diventare moda annoiata, ridicola.

Ma non disperiamo, la storia ha in serbo numerosi esempi simili, come quello proposto dal vescovo-filosofo Berkeley, che interviene con un secondo progetto di pace, radicalmente antitetico al primo, e dice: Dove io non sono, nulla c’è. Se pensassi un luogo esistente fuori di me cadrei in errore e anche voi. Esse est percipi. Nulla può esistere non concepito (George Berkeley, A treatise concerning the principles of human knowledge, 1710). Come dire: a partire da nessuna parte se non da voi stessi comincia il mondo, voi siete il faro e il vettore di tutto ciò che appare, senza di voi fine dei giochi. Abbiate cura di questa verità, fatene tesoro, da qui comincia la vostra libertà. Voi non dovete disperdervi, ma tutto si perde se solo chiudete gli occhi. Tutto è nelle nostre disponibilità, rinchiuso nel dominio dei nostri sensi, girate la testa se il mondo non vi sta bene, o perdetevi nel sonno se volete che tutto termini. Nulla esisterà più se non ci siete voi a testimoniarlo. Un sorso di acqua di catrame e tutto passa nel mai-stato.

La scoperta di Berkeley, forse fu il vero farmaco contro la carestia del popolo irlandese, ben più dell’acqua di catrame, è un kōan al contrario. Mettetevi seduti, in piedi, in equilibrio su una gamba, non importa, non siete voi a dover scomparire al cospetto di un vuoto cosmico; siete voi il termine che origina e spegne la luce sulla scena del mondo. Chiudete un occhio, il creato viaggia su un canale mono-oculare, tappatevi le orecchie e le cose vi scivoleranno afone davanti, non solo per voi, come idea o percezione specialissima, ma in assoluto.

Dunque, invece di estinguervi con le espirazioni – potrebbe aver detto il teologo ai suoi figlioli, se avesse conosciuto la dottrina zen – concentratevi in questo pensiero: nulla esiste fuori dalla vostra percezione, niente abita l’al di là dalla vostra mente; una cascata, se nessuno la ascolta, non fa rumore e forse esiste appena! Pace.

Dharma Siris

In evidenza: Katsushika Hokusai, Viaggio tra le cascate di cento province, cascate Kirifuri sul monte Kurokami in provincia di Shimotsuke; stampa facente parte della serie “Cascate famose in varie province”, 1833 circa


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