Le mani di Bresson

Pickpocket (1959), film del regista francese Robert Bresson, ha un protagonista insolito: delle mani. Il punctum di questa pellicola è costituito infatti dagli abili movimenti di polso, dalle evoluzioni sinuose delle dita un gruppo di borseggiatori parigini. Ad essere innegabile non è solo il fascino che questi strumenti del mestiere mostrano in azione, macchine così graziose e versatili che incanta lo sguardo il solo vederle, ma il loro stesso valore di simbolo violento: una vera eclatante rivolta senza scopo si cela dietro le loro azioni.

Quando questi eroi negativi entrano in azione il resto del mondo, il brulicante movimento delle masse in fila per comprare un biglietto, per prendere un treno o ondeggianti in attesa di una coincidenza, diventa un indistinto ricettacolo di vittime, agenti stereotipati di coazioni prevedibili. Come se il modo diventasse solo sfondo, l’impreciso asilo di desideri indotti, moti precostruiti e intenzioni leggibili – per chi ha tempo, troppo tempo, per osservare contemplare e divergere – e l’azione vera, quella con un movente discusso digerito e voluto, si focalizzasse altrove, sulla superficie di questo affaccendamento, negli anfratti non custoditi dagli individui; così agiscono i pickpocket, condannati a muoversi su un altro piano delle cose. Lo si nota subito: il ritmo che sostiene il passo degli uomini “ordinari” è altro in confronto a quello che guida questi equilibristi dell’attimo propizio al furto. Gli uni si agitano sulle tracce di un confuso rumore di fondo, gli altri si muovono agili sulle cose, danzando, tessendo un tempo proprio, che fa emergere come musica la misura dei propri gesti. Con perfetto incastro di cenni, con ammirevole gusto dell’attimo, questi maestri del furto si inseriscono a tempo debito, quando sanno che l’attenzione del prossimo è rivolta ad altro e il rischio di essere scoperti è minimo. Senza gli ingorghi, le file, gli stretti corridoi tra gli scompartimenti i corpi non verrebbero a rompere la distanza di sicurezza, a condividere una promiscuità così mal tollerata da essere disposti a distogliere lo sguardo e farsi magari derubare purché finisca presto la tortura del contatto e si torni presto a misurar vaghezze, lontani gli uni dagli altri.

Eppure, in tutta questa armonia riposa un molesto senso di rottura, un desiderio folle di caduta. L’ebbrezza ardita del furto con destrezza non riesce a distogliere i pickpokcet parigini dalla volontà ancora più forte, ancora più folle, di essere scoperti, di rivelarsi e autodenunciarsi alle autorità. Non si spiegherebbe altrimenti quella inutile proliferazione del gesto, quegli inutili, mirabolanti passaggi della refurtiva già estorta avanti e ancora avanti sotto il naso degli ignari derubati, una sovrabbondanza reiterata dell’impresa del tutto inadatta allo scopo, puro gusto coreografico del movimento, irrisione somma e somma preparazione della caduta. Non si spiegherebbe, se non come forma nichilistica, la loro azione, cioè non come forma altra di sopravvivenza in un ordine sociale che punisce il furto come crimine parassitario, ma come attitudine contestataria di uno stato di cose che si è osservato e giudicato tirannico, annidando nelle sue storture e tempi morti l’occasione per un’accusa.

Questi borseggiatori non rubano per sopravvivere ai margini del mondo, condividendone di fatto le regole; lo fanno invece per essere scoperti, rubano come risultato di un esercizio di osservazione, come forma di smascheramento del meccanismo del reale. E lo farebbero fino alle naturali nichilistiche conseguenze, se ad uno di loro non capitasse la fregatura più grande: quella di innamorarsi. Di fronte all’amore, alle aspettative e ai doveri che questo sentimento impone, ogni progetto di annullamento, di denuncia dell’ordine delle cose e di autodenuncia di se stessi decade. All’amore, alla persona amata, si debbono riconoscimento, legittima rappresentanza sociale, accettazione da parte del corpo sociale tutto. Per amore si rinuncia a farsi esplodere, a gridare in faccia al giudice tutto lo schifo che la vita contempla; per un amante sì può decidere di trovare lavoro, pagare le tasse, stare in fila al proprio posto, farsi derubare perfino. Ed è per questo che Michel, il protagonista di Pickpocket, acconsente a farsi prendere, giudicare – prima ancora che esprimere lui il fondato giudizio sulla vita ordita alle spalle dei suoi derubati – e finire i suoi giorni in galera. Per amore, mica per altro, mica per la verità.

Anji Kolinowsky

In evidenza: un’immagine tratta da Pickpocket (1959), film del regista francese Robert Bresson.

Edizioni Grenelle

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