L’illusione del satiro

Nella chiesa milanese di Santa Maria presso San Satiro ai fedeli numerosi si somma sempre un discreto numero di turisti curiosi che fa qui tappa per ammirare un fenomeno assai particolare.

Come bene sa chi aspetta l’incredibile, nulla apparentemente accade appena si varca la soglia di questa bella ed elegante chiesa, che sorge lungo la centralissima via Torino. Certo la sua equilibrata e classica facciata Quattrocentesca rappresenta nel suo genere un unicum, ma questo aspetto particolare non motiverebbe un tour turistico, almeno non così copioso. Qualcosa del mistero che circonda la chiesa, o meglio che la abita e la edifica, dovrebbe circolare, nello sguardo degli visitatori più attenti, quando alzando lo sguardo notassero la volta a botte che scorre sulla navata centrale (la stessa che copre e prolunga i transetti), decorata a cassettoni in trompe l’oeil. Le volte dorate, la tetra ieraticità delle colonne, la leggera maestà della cupola ci dicono che siamo in una chiesa molto bella, sobria e importante. Vale già la visita questo, solo questo?

Non c’è però tempo di attardarsi su una considerazione solo estetica: la proiezione dello sguardo si allunga fino all’abside dove, oltre l’altare, troneggia una Madonna con Bambino, dipinto notevole al quale si deve l’edificazione della chiesa. Ancora una volta siamo di fronte ad una procrastinazione della meraviglia, perché non fu per onorare la pregevolezza di questa immagine che si rifondò l’edificio. Il quadro assurse al rango di reliquia quando fu oggetto, alla metà del XIII sec., di una mano oltraggiosa che osò pugnalare la figura del Bambino. Da essa, recitano le cronache dell’epoca, sgorgò incredibilmente del sangue, trasvalutando quella che fino ad allora era solo una bella immagine nel simbolo di un evento miracoloso. Passarono tuttavia quasi due secoli prima che si decidesse di dare nuovo ricetto a quella preziosa icona. Il giovane architetto Bramante fu chiamato a dirigere i lavori.

L’artista urbinate progettò un edificio di grande respiro, lo stesso che oggi ammiriamo, dove l’ampiezza delle navate è completata dalla monumentalità delle volte e si realizza nell’olimpica perfezione della cupola centrale. Nessuno, ammirando la chiesa, sospetterebbe nulla del problema insormontabile che sorse all’epoca della costruzione bramantesca e che minacciava il compimento dell’opera. Lo spazio absidale risultava infatti insufficiente a sviluppare in pieno il progetto architettonico per la presenza della strada che corre sul retro. Lo spazio fu allora creato artificiosamente costruendo, entro una lunetta di soli 95 cm, una finta fuga prospettica in stucco.

Nessuno, entrando in chiesa e fissando lo sguardo oltre l’altare, dove sorge l’immagine oltraggiata ed eternata in icona, intuirebbe l’illusione; anche conoscendo l’inganno non se ne scorgono le tracce. Occorre guadagnare l’abside e spostarsi di lato per veder materializzare l’assenza dello spazio.

Si vedrebbero allora le ferite correre lungo i bordi dell’altare che custodisce la sacra immagine strappata dal suo vecchio luogo e traslata sulla soglia di uno spazio inventato. Si proverebbe un disgusto sublime, una razionale vertigine considerando l’innaturale traiettoria delle linee. Il disegno inesatto che guadagna la realtà alla distanza; il crudele scherzo giocato per salvare l’ortodossia dello sguardo, perché il miracolo della creazione dello spazio si compia dove sorge un altro emblema miracoloso, questo sì senza spiegazione.

Se non fosse così difficile espungere l’idea di monumentalità dalla pratica religiosa si potrebbe pensare di riedificare i templi cristiani con architetture effimere; vedremmo allora sorgere delle chiese da asporto, montabili e nomadi come quinte teatrali, dove il fedele entrando debba solo ritrovare l’illusione dello spazio e predisporsi a riprodurre la sacralità facendo a meno dei secoli che grondano dalle pietre e della grazia che affiora tra gli altari. Ma questo non è possibile, anche coltivando infantili speranze sulla riedizione di politiche ecclesiastiche improntate alla frugalità; la Chiesa non è un’entità immateriale, che ignora il mondo e la traccia che può lasciarvi; i suoi edifici sarebbero irriducibili a trappole portatili per l’affioramento dello spirito.

Resta però da capire cosa si cerca di mostrare ai tanti bambini che, mescolati alla folla di fedeli e turisti, vengono condotti sulla porta, invitati a guardare in fondo al capocroce e poi trascinati lungo le navate laterali per considerare il miracolo della finzione. Chissà a cosa si vuole educarli: alla maestà di un luogo che svela misteri impensati o a cercare la finzione ovunque, anche nel sacro?

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In evidenza: l’interno della chiesa milanese di Santa Maria presso San Satiro.


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