Perché il presepe non è un diorama

Non è attività oziosa, né un obbligo dettato dal calendario, cercare di evitare che nel pensiero si confondano due pratiche così diverse come fare il presepe e costruire un diorama. Sebbene, a un primo sguardo, sembrino appartenere alla stessa maniera di ricreare, entro una porzione minima di spazio, un ordine più ampio della realtà occorre poco per distinguere queste due manifestazioni mimetico-simboliche di una certa idea di mondo.

Messo a punto negli anni ’80 dell’Ottocento dal francese Daguerre – che contribuì decisivamente all’invenzione fotografica – il diorama nacque come sistema di quinte trasparenti in grado di realizzare, nel torno di pochi centimetri cubici, l’illusione di una fuga prospettica. Il risultato di questa esile architettura non si esauriva però in un guadagno aereo, nella realistica profondità indotta da un delicato sistema di cornici giustapposte, ma nella contemporanea conquista di un breve territorio da popolare nella maniera più verosimile possibile. Il posto di un diorama è pertanto in una fiera o in un museo, la sua intenzione è quella di stupire o educare. Di fronte ad esso ci si pone come spettatori, curiosi discenti le cui facoltà esigono di considerare l’oggetto esposto da una statura adeguata (possibilmente eretta) e dalla giusta distanza – quella che, lasciando guadagnare ogni angolazione, delimita la soglia non oltrepassabile dallo sguardo. Per godere appieno della ragion d’essere del diorama bisogna ammirarne i particolari in tutta la loro precisione, concepirne il valore di sintesi miniaturizzata di uno scenario reale inteso come un esistente/esistito o magari di là da venire. Ma la riproduzione della prospettiva, la riduzione in scala di paesaggi e personaggi, non completano ancora il diorama; per realizzarsi esso si deve animare, al suo interno si deve inscenare un rapporto, si devono descrivere i caratteri di una relazione. È nell’ottica e secondo la tecnica dell’istantanea che la messa in scena di un diorama rivela la sua parzialità, la sua non corrispondenza con una teoria del tutto. Il meticoloso realismo di ambienti e personaggi, la possibilità di individuare in quella esposizione l’offerta di un’immagine esatta ma inerte del mondo, significa anche un nulla di fatto sul fronte del senso. A un diorama non si chiede un’opinione storica né un vaticinio escatologico.

Quanto appena descritto non potrebbe essere più lontano dall’idea di presepe. Innanzitutto la vocazione intima della sua sacra rappresentazione non è rivolta al verosimile ma alla totalità del rappresentabile. In un presepe non si ravvisa lo sbilanciamento espositivo del diorama, non si è di fronte ad una scena che, per quanto precisamente riprodotta – e, forse, proprio in virtù di questa estrema precisione -, risulti laterale, isolata da un ipotetico nucleo di senso. La messa in scena del diorama è periferica e non ha altro interesse se non quello descrittivo riferito alle possibili declinazioni dell’arte mimetica. Di fronte a un presepe ci si trova invece al cospetto di un centro espanso di significati, ad una sovraesposizione effimera di senso, un nucleo così evocativo e così instabile fuori dal quale nulla sembrerebbe rimanere. Il presepe è, dunque, un universo autonomo; osservarlo è come a precipitare in un gorgo simbolico che non può mirare alla precisione del dettaglio perché intende materializzare gli elementi cardine del reale. In questa epifania del divino fuori scala, in questo sbilenco sistema di corrispondenza micro-macro cosmica, dove gli elementi naturali gli organigrammi sociali le strutture morali rendono conto di tutti i vettori di una nuova idea di uomo e di individualità, vige la logica dell’als ob e dell’allusione. Al suo interno il paesaggio si compatta, dimentica il rigoroso calcolo degli effetti prospettici, si arrende l’ortogonalità, la fisica newtoniana, il diktat euclideo. Un senso di squilibrata stasi abita uno spazio precipitante e pronto alla sublimazione. Non è un caso che esista una preziosa vicinanza semantica tra la parola “presepe” e il verbo “assiepare”. Lo spazio ritagliato (separato ma non nascosto) all’interno di un’abitazione, l’angolo destinato alla rappresentazione di uno spazio-tempo divino neutralizzato, serve alla raccolta contemplazione orante dell’umano. Il presepe è un luogo sorretto dalla logica metonimica e metaforica, uno spazio condensato e traslato assieme che non riconosce il concetto di prospettiva e non si rubrica come la versione miniaturizzata di una realtà esperibile. Nel presepe ogni fantasiosa composizione dello spazio è concessa, basta tener fermi le architravi del mondo, quegli elementi che fungono da cassa di risonanza del rapporto umano-divino: il fuoco delle luci notturne vibranti nel firmamento, le montagne e gli anfratti tra le rocce, le acque rapide e stillanti, ferme e specchianti. In virtù di questi essenziali corpi il presepe rimane una formidabile forma di realizzazione individuale del mondo.

Sul sfondo c’è un evento rivelativo che non può essere inscenato come avviene in un diorama; la scena viene solo preparata nei modi più diversi e non c’è realismo da rispettare. L’oggetto della rappresentazione si può solo accennare tracciando leggere direzioni, lunghi vettori che intercettano l’essere uomo come compenetrazione di umano e divino, famiglia e individualità, fuoco e acqua, lavoro e riposo, ordine superficiale e caos erompente, terra e aria, alto e basso, libertà e repressione. Una corsa interpolare che si curva in un precipizio, il presepe è questo: una crosta superficiale pronta a cadere, una concrezione simbolica dalla quale non c’è nulla da imparare né da stupirsi perché forma nota, troppo nota allo spirito, ma che ci porta a incurvarci, ripiegarci, pregare forse.

La Redazione


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