Scritture inattese

Apriamo qui una piccola rubrica di monitoraggio sullo stato di questo speciale colloquio. Vi presentiamo un breve estratto dal visionario racconto di Omar Corelli “Paloma”, secondo episodio della raccolta “Residenze inquiete”, pubblicata quest’anno da Edizioni Grenelle nella sua collana Narralia.

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PROSPETTIVA

Le tele di Manuel misuravano tutte 37 x 24 cm. L’esatta misura di un riquadro praticato col nastro adesivo sulla vetrata che occupava quasi tutta la parete sud. Da lì veniva il calore che riscaldava l’ambiente; da lì veniva la luce: mezza giornata d’inverno, poco più durante la bella stagione. Non che gli interessasse la luce naturale; roba da pittori, quella. So che, presentandovelo, ho chiamato questo mio curioso vicino “pittore”. Eppure, sarebbe riduttivo definirlo così. Era il bisogno di capire, di acquisire confidenza col proprio modo di percepire le cose, che lo spingeva ad apporre dei segni su una tela, e questi segni non avrebbero potuto riflettere altro colore che il bianco e il nero. Che questa prassi possa annoverarsi nel genere pittorico è un’altra questione. Se Manuel avesse potuto sanare la smania di conoscenza che lo divorava con la biologia, credo che il suo occhio sarebbe stato puntato su un microscopio anziché su quella livida superficie, non so se mi spiego.
Quel riquadro era stato eletto punto di osservazione esclusivo del mondo. Quella finestra seconda, vera porta sulle cose, faceva entrare nella stanza le uniche notizie utili alla ricostruzione di quest’ordine personale: il passaggio di bianchissime nuvole veloci, lo sfilacciarsi di altre nelle tenere tinte del tramonto, l’incombere di cumuli nerissimi, l’avvicinarsi implacabile di banchi grigiastri. Qualche volta un aereo sferruzzava una leggera striscia di nodi, passando. La notte non era più avara di sorprese: lo scintillìo esangue di un unico grappolo di stelle, – nel cielo di Saturno a 300.000 milioni di chilometri sud-est – era uno spettacolo esemplare.
Quando poi qualcuno di questi lumicini decideva di eclissarsi in una caduta, quale sorpresa per l’occhio già abituato a quell’ossessiva disposizione siderale! Nulla poteva dirsi privo di attenzione, nemmeno il roteare idiota di una gru meccanica, l’affacciarsi di uomini astratti su un tetto denudato della sua lorica. E poi c’erano i voli. Degli uccelli, innanzitutto: rondoni, gazze, corvacci, colombi. E api, vespe, calabroni, zanzare, mosche; nulla sfuggiva al suo occhio. Vi sembrerà poca cosa ma con questo poco lui ci costruiva un mondo, non tanto di oggetti, quanto di storie, di ragioni, di fini. Secondo questa logica rigorosissima, nessuno sfuggiva a una lettura spietata. Le tele di Manuel erano come degli aruspicini estratti sbriciolando le interiora di una camera, delle chiromanzie apparse lungo la trama di una mestica grossa, spessa come lo strato di polvere e pensiero che ingrommava la distanza tra Manuel e il paesaggio filtrato dalla sua finestrella.


COLORE

Manuel viveva in una stanzaccia cadente, dove l’umidità staccava dalla parete scaglie friabili come ostie della prima era cristiana e una pioggia di polvere bianca tempestava il pavimento delle proprie briciole. Aveva un bel daffare il ragazzo per ripulire; il decoro, cui tanto teneva, assomigliava a un supplizio di Tantalo. Lui, impassibile, raccoglieva attentamente la polvere in certe boccettine, le bagnava con certi olî e poi le deponeva sulla scrivania.
Era così che Manuel preparava il suo bianco. I colori in tubetto non li usava più, non soddisfacevano il suo bisogno di realismo. Non aveva probabilmente più i soldi per comprarli. Il nero, invece, lo raschiava via dal muro, dalla muffa che picchiettava, come un’allergia, le pareti. Un’altra boccettina accoglieva la polvere nerastra; poi, un sapiente dosaggio di olî essiccanti legava il pigmento in una pasta pittorica cupa. Il suo mondo era racchiuso in quella camera, naturale, quindi, che i colori provenissero da lì dentro. Naturale che il suo mondo fosse fatto dell’essenza stessa di quelle pareti che ne limitavano le forze eppure riuscivano a liberarne le energie.
Certo, non era in bianco e nero quello che vedeva: era l’essenza delle azioni, dei moventi, delle dinamiche che si agitavano intorno a lui a poter essere descritte in quei termini. Solo in quelli, per lui. Era una sorta di schema del vivente quello che Manuel andava descrivendo sulle sue tele, una sintesi dei rapporti del reale, una mappa delle esistenze. Astrattismo? Non credo che lui amasse le etichette, né fosse interessato al mercato dell’arte; la sua era la forma più rapida di contattare le cose e le creature del mondo, di capirne il senso, le segrete leggi che ne guidano il destino, i desideri. Perché la realtà è molto semplice vista nei quadri di Manuel, basta saperci entrare. Forse vorreste liquidarne l’impianto come un tentativo naïf, l’espressione priva di acume di un dilettante, l’indecifrabile prova di un individuo privo di finezza e di sensibilità.
Un asociale, ecco come apparirà a molta gente Manuel, a tutti quelli che hanno bisogno di un giudizio per calmare la propria coscienza scossa dall’insolito. Un misantropo, il cui il ritiro prematuro dal consesso civile aveva limitato le capacità di comprensione. La vita è più complicata di così – direbbe chiunque si accostasse alle sue tele. Manuel lo sapeva, per questo non intendeva fare mostre, né mostrare a estranei i suoi lavori, e chiunque era per lui un estraneo. Certo, io non conto, io m’interessavo di lui da lontano, il mio sguardo era ricco di ammirazione, di simpatia; ma, ecco, anch’io sono un intruso, uno spione, inutile illudersi. Lui non immaginava di avere in me un così attento estimatore. Forse non ci saremmo mai parlati, non avrei saputo come presentarmi, essendo stato per tanto nell’ombra. Chissà cosa avrebbe pensato di questa mia passione. Si sarebbe ribellato disgustato, oppure si sarebbe fatta strada nel suo cuore la tentazione che prende tanti uomini, ovvero la lusinga per le proprie qualità riconosciute, l’orgoglio per un talento scoperto, l’adulazione: ah, l’adulazione, quanto poco ci vuole per blandire l’animo di un uomo. L’amor proprio, bell’affare! Meglio lo spirito di conservazione, non c’è paragone. L’istinto che guida l’azione senza pensare ad altro che alla sopravvivenza, che non si fa scrupoli di giudizio, è qualcosa d’impagabile, a volte.


SUPPORTO

Già, la grana delle tele, la superficie usata per quelle apparizioni, aveva pure una storia inusuale. Non crederete che se le sia fatte fare in un negozio di belle arti, su misura, e le abbia poi portate in casa, magari sotto un incarto, per non rovinarne la preziosa bianchezza. No di certo. La loro preparazione era un processo complesso, di una lentezza rituale, dai tempi indefiniti che, per quanto consegnata al caso, raramente si concludeva senza un successo. Prevedeva gesti e tempi particolari, insoliti. Una ricerca paziente, innanzitutto. La caccia a un lembo di carta spessa, un lacerto di tenda, uno strappo di carta da parati, impegnava spesso le sue notti, in giro tra i cassonetti del quartiere.
Ma non c’era nulla da fare: quel tipo di materia, accartocciata, bisunta, mezza marcia, o con poeticissime macchie visibili in controluce, era quello che ci voleva per le sue opere. Era il suo supporto ideale. Intendiamoci, questo recupero non era mosso da spirito ecologico, e forse neanche da una stretta esigenza estetica. Era una scelta etica, diciamo. I passaggi che coglieva al volo, sulla soglia di quella protesi della sua coscienza che era la finestrella, non potevano venir impressi su un territorio vergine. Tutto il portato della storia dei suoi occasionali, fuggevoli, soggetti; tutto il peso di un passato non poteva pretendere di venir accolto sul neutro di un colore senza tinta, su un bianco confezionato per il passatempo di inconsapevoli amanti del bello, del ben fatto. Ci voleva una materia sporcata, rimasticata dal tempo, segnata da altre vie; e bisognava saperla incontrare al momento giusto, intercettarne la disponibilità per un nuovo utilizzo, per farne ricetto di una nuova apparizione.
A volte la fortuna gli portava della vera tela, nella veste di domestici quadretti: paesaggi marini, nature morte, interni contadini, dipinti con tinte forti o usando delicate velature, ricordi non più graditi o semplici elementi d’arredo di un gusto che fu, finiti tutti accanto alle pattumiere, forse più con la speranza di essere ripescati da qualcuno che di finire tritati con vecchie sedie e assi tarlate. Spesso ne ritagliava al volo il lembo che gli serviva, lasciando particolari di marine, mele amputate di una metà, ancora saldamente legate alla propria cornice.
Altre volte la caccia era addirittura più munifica, e gli donava interi scatoloni di certa cartaccia destinata al macero. Una vera pacchia. La missione della carta era qualcosa di sacro, una ricerca necessaria, che sorgeva appena terminata una decorazione degli eventi scoperti alla finestrella. Non esistevano scorte nella stanza di Manuel, solo lavori terminati, una galleria che ingombrava la parete sopra il letto; la sismografia di un palpito ancora in atto, la lunghissima sillabazione della parola “vita”. Sotto la minaccia di questa crepa, Manuel dormiva i suoi sogni furibondi; sogni in cui continuava l’affresco di un transito allo spioncino della coscienza, in cui forzava la vista fuori di quell’area magnetica, un vortice di esistenza che alludeva ad un altrove.

Omar Corelli

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In evidenza un’incisione rappresentante una camera oscura.

 


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