Sêmantica della ripetizione

The Lehman trilogy, opera di Stefano Massini, messa in scena da Luca Ronconi, non è solo l’epopea del capitale, di quella forza trainante del secolo XX e quasi rimossa, come le più evidenti cause di malessere di un corpo (individuale o sociale, poco importa), è qualcosa di più – come ogni autentica opera d’arte: è una scomoda perturbante ipotesi, troppo chiara e avventata per essere creduta fuori della scena, che riguarda la natura risibile, e forse per questo più tragica, della Storia, raccontando la vicenda di un gruppo di individui spiantati, sradicati ma giovani, pieni di una innocente voglia di farsi strada nella vita. Questi individui sono i fratelli Lehman, fondatori di un impero finanziario, co-protagonisti della più grande crisi economica che l’occidente abbia mai conosciuto.

La vicenda è arcinota, quindi misconosciuta: Henry Lehman, giovane figlio di un commerciante di bestiame bavarese, si imbarca, in cerca di fortuna, per l’America, aprendo un piccolo negozio di stoffe in Alabama. Presto lo raggiungono i fratelli; l’intuito mercantile che li contraddistingue, in coincidenza di una certa forza della Storia, della quale si trovano ad essere i vettori, portano i tre a edificare una fortuna seguendo il vento del Mercato. Ecco i Lehman brothers farsi intermediari nella compravendita di cotone grezzo, gettarsi poi nel business delle ferrovie, partecipare infine alla spartizione della torta dei necessari beni di sostegno allo sclerotico stile di vita indotto dalla modernità: caffè e tabacco. Eccoli entrare nella giostra di Wall street, e divenire i depositari dei risparmi di milioni di americani, prestatori avveduti – a interessi di mercato, un mercato già, o da sempre, dopato – di danaro alle operose industrie statunitensi. Capofila della cavalcata a stelle e strisce della Storia, agenti, forse inconsapevoli, della rutilante macchina transnazionale del capitale finanziario, questi tre ebrei tedeschi (e la loro progenie) hanno compiuto ben più del destino auto-inflitto a un popolo senza terra, nomade per forza, orgogliosamente intenzionato a trarre profitto dalla propria sfortuna, ad essere di mezzo senza essere di troppo, a fare da intermediario tra gli scambi, le genti e le merci, stabilendo in questo intertizio economico ed esistenziale la propria fonte di sostentamento, infine di potere.

I Lehman brothers sono l’incarnazione del capitale finanziario, l’epifania del commercio mondiale, i messia della dematerializzazione dell’economia. Negli anni della pubblicazione del Manifesto marxista, tra le cui pagine s’intravedono già i prodromi della fine di un mondo appena iniziato, tre pezzenti lasciano la Germania e come tanti europei raggiungono la terra promessa, quella che promette gli ampi spazi o almeno un negozio sulla polverosa strada principale di una cittadina.

Il teatro, o forse gli storici, hanno bisogno di personaggi così: vite in cui ricapitolare processi, verificare teorie, rilevare persistenze e transizioni. Nella storia dei Lehman brothers c’è tutto questo: c’è la fine di un mondo, il declino di un continente, l’emergere di sistemi di produzione, di merci, di valori nuovi; c’è il costituirsi di una nazione, il fare a meno dei confini, lo scoprire l’unico mestiere profittevole in un epoca di sovrappopolazione e sottoconsumo, c’è la vita, ostinatamente, e, sommessamente, la morte.

Quello che ci interessa, in questa vicenda simbolo di un secolo di Storia, è la sua tecnica narrativa, il procedimento che struttura e veicola il senso della vicenda, forse della storia intera. Questo procedimento segue un ritmo triadico, l’unità della narrazione si regge su uno scartamento trino. L’andamento triplice non sostiene solo la saga, narrata in tre episodi, triplice è anche il segno che sanziona gli snodi fondamentali dello spettacolo. Le tecniche narrative, non solo teatrali, ma per così dire ancestrali, mitiche, si avvantaggiano essenzialmente della ripetizione, della triplice sottolineatura di un passaggio, per rilevarne l’importanza, per indurre l’ascoltatore/spettatore a memorizzarlo. Nulla di strano, dunque, che nell’armamentario standard dell’uomo di teatro ci sia l’assimilazione del “terzo tempo” come habitus naturale per lo sviluppo di una storia sulla scena, perfino della Storia, come nel nostro caso. Avremmo scoperto l’acqua calda se volessimo significarvi solo questo: uno spettacolo lungo, pieno di dati (e date), di eventi reali e non, ha bisogno di momenti di rallentamento, di stasi e ripetizioni sul posto, per ricaricare la vicenda, battere tre volte il piede a terra e pronunciare l’ «apriti-sesamo» che permette a qualcosa di comparire, ad altre di farsi da parte. Cosa ancor più interessante, esiste un altro ambito che procede trinitariamente, ed è attraverso di esso che vogliamo stabilire un confronto con la saga Lehman e con una certa idea di Storia. Parliamo del tempo comico. Anche il tempo comico ha, infatti, un andamento ternario: esso si stabilisce, si carica e poi cade nel giro di tre scatti. Ecco apparire un personaggio, con il suo passo, le sue peculiarità; al suo cospetto si presenta un ostacolo, fatto apposta, sembrerebbe, per rilevare l’incapacità del personaggio a relazionarsi elasticamente con l’ostacolo. È così che si genera riso, un riso isterico magari, pieno di frustrazione; un coito maldestro, tra il flusso degli eventi e l’incapacità di alcuni individui di seguirlo, mette al mondo il comico.

Ma torniamo alla Lehman trilogy. La sensazione è che la ripetizione qui abbia appunto una funzione comica e che, attraverso il riso, si volesse fluidificare una storia di per sé terribile, un tritacarne in cui, nel sacrificio del rituale borsistico della compravendita astratta, finiscono per venir immolate migliaia di vite, risparmi e sogni piccolo borghesi. L’uso in scena della ripetizione è una scelta politica, una precisa decisione storiografica, non solo un ethos della scena, una prassi teatrale ed una tradizione narrativa. L’agitarsi dei Lehman brothers per affermare il proprio destino ha più a che fare col cinema delle origini, con le gag di Buster Keaton e dei Marx Brothers, che con la strategia avveduta di provetti pescicani della finanza. Rimirati alla distanza, dall’altezza vertiginosa della stratosfera macroeconomica, l’affaccendarsi di questi scaltri e operosi mercanti nell’arte di accumular fortune ha qualcosa di chapliniano, di ridicolo e assurdo insieme. Il farsi sbattere tre volte in faccia le porte dei potenti prima di venir ammessi alla mensa dei padroni, e sederne poi a capotavola, rivela come gli ingranaggi della Storia procedano in maniera non solo insondabile – tanto da non potersi dire quanto avviene per un disegno imprecisato e quanto è opera di uomini volitivi – ma in modo tale da farsi beffe degli uomini, declinando il loro corpo ad agente di una qualche forma di fato.

E la recitazione degli attori riflette questa coloritura comica: ecco la gestualità caricata di Emanuel Lehman (il braccio), o lo scat delirante di Mayer (detto bulbe) a significarla. Se, dunque, è il comico il motore segreto della Storia, con le sue crudeli immedesimazioni, i suoi ruoli stereotipati, il finale della storia non è mai scontato, sempre al riparo dal meccanismo che segretamente la auto-alimenta, e di cui anche noi siamo gli insignificanti attori. Come i Lehman, personaggi-secolo, barbuti ebrei tedeschi all’alba della nuova era e intoccabili banchieri in doppio petto, portano le stimmate di un’epoca, condotta al suo parossismo dal ritmo ossessivo di una ripetizione prolungata, anche noi non possiamo che seguire, in piccolo quasi invisibile movimento, lo stesso refrain: avanzare, contrastare, cadere.

Konja Ansen

In evidenza l’immagine del quartier generale della Lehman Brothers a Times Square


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