Zabriskie is not the point

Ultima scena: Un quieto boato, rimirato alla distanza, presiede alla lunga fine del film. Di un film senza un punto focale, che si perde nel deserto, nella desertificazione dello spirito quale unica maniera di mettere distanza tra un corpo giovane e incolto e una società attraente e mortifera.

Eppure, anche se l’esplosione prelude alla fine dei giochi, all’apparente vittoria di Thánatos su Eros – alla vendetta truculenta e sensuale consumata da un Dioniso (sempre) redivivo per mano di una sua coribante –, c’è qualcosa in quella detonazione che potrebbe non finire mai.
La polverizzazione degli elettrodomestici, dei simboli del benessere generalizzato, offerto e imposto allo stesso tempo a tutti, concesso a rate, dietro il subdolo ricatto di un prestito bancario; gli oggetti del ceto medio americano, gli arredi, i segnaposto di uno status miserabile, esplodono in mille pezzi.
Mentre guardo il lento sbriciolarsi di un mondo, proditoriamente piazzato sul crinale roccioso di una collina che guarda verso la Death Valley; mentre sale inesorabile il sibilo di sirena affidato a una rock band psichedelica, mi viene in mente Marco Aurelio.

L’ultima scena di Zabriskie point delinea un movimento contrario rispetto a quello che fin qui aveva guidato il film. Se le immagini per più di un’ora avevano istruito la pratica dell’allontanamento, l’etica della fuga dal mondo, adesso, a pochi minuti dalla fine, si realizza un’inversione, si entra nelle cose, nella loro grana microscopica, nelle loro viscere divelte ed esposte da una lentissima esplosione. Un rombo muto ci butta addosso la miserabile materia di un oggetto del desiderio indotto; non abbiamo scelta, non possiamo più praticare la fuga, dobbiamo entrare nelle cose.
Il movimento, a ben vedere, non è quello delle cose, che nel fragore di uno scoppio si distanziano irrevocabilmente dal punto di sutura che le rende note, domestiche, mercificabili.
Il movimento è quello del soggetto che, a partire dal punto in cui è collocato nel mondo, si immerge all’interno di questo stesso mondo, si china su di esso, si rende attento ai suoi minimi dettagli, per definire e descrivere l’oggetto la cui immagine si affaccia alla coscienza.

Bene, lo scoppio è avvenuto, abbiamo avuto giusto il tempo di imprimere nella retina l’immagine dell’oggetto nella sua interezza appena perduta; proviamo a nominare tutti gli elementi dei quali era composto, che ora si rivelano, venendoci addosso, nomi senza riferimento.
È il caso, allora, proprio quando qualcosa si perde, di definire (horos), di delimitare, di tracciare la frontiera che separa le cose tra di loro e che permette loro di identificarsi con un nome, con una funzione.
Si deve poi descrivere (hupographē) quelle stesse cose, esplicitare il contenuto intuitivo di una forma e rilevarne gli elementi costitutivi. Questo prescrive l’imperatore stoico all’uomo che voglia dominare la propria anima. Questo forse non immaginava il cineasta italiano in trasferta nell’America del Flower power, desertificata delle proprie ingenuità.
Nonostante questa inconsapevolezza, l’ultima scena di Zabriskie point è un esercizio spirituale. Essa consiste nel dare corso al flusso delle rappresentazioni, al loro dipanarsi spontaneo.
Essa predica il distacco dal mondo; dalle sue piccolezze che trascorrono rapide su una scena fatta di nulla – costituita dalla realtà stessa – , che ci comprende in quanto spettacolo in cui spettatori e attori si confondono. Ma il distacco dal mondo, ora, alla fine di un film, ovvero alla fine della vita stessa – della vita alla quale accediamo come ad uno spettacolo già iniziato, di cui è sempre in corso la conclusione –, assume un compito specifico, quello di entrare nelle cose.

E allora lasciamoci investire dalla deflagrazione ripetuta, ipnotica e, in qualche modo sensuale, di una tv, di un frigorifero, di una libreria, di una vetrata che protegge come un diaframma il diorama illustrativo della middle class way of life. La fuga, che pure continua, è tutta interna alla retina, incantata dal fluttuare di infinitesimi frammenti di merci sbaragliate della loro struttura, sullo sfondo di un cielo azzurrissimo, spietato. Il capitalismo e la società dello spettacolo, come sistemi di vendita e di riduzione del mondo a complesso di immagini platinate, non può che aborrire questa impudica esposizione anatomica dello scempio delle cose. Non si mostra lo sciupìo delle merci, il disastro del danaro, la decrepitezza delle cose senza aspettarsi, come minimo, l’ostracizzazione dalla società, o la solenne stroncatura di un film.
Perciò lasciate che la musica entri a cinque minuti dalla fine, ondeggiante e famelica, rallentate il corso dello sguardo, sino a ritenere naturale il meccanismo di resa incondizionata delle forme, seguite i frammenti danzare verso di voi, osservateli perdere ogni funzione, sicché non potrete riferirvi più a loro con nessun nome, delimitateli e abbandonateli, entrate nella materia, uscite dal mondo, adesso.

 

Gruppo Dir.Ti.

In evidenza una scena tratta dal film Zabriskie Point, film di Michelangelo Antonioni, 1970, Usa/Italia, Carlo Ponti production.


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