Il mistero che ci vive accanto

Ci sono diverse buone ragioni per la riscoperta di un’autrice, Anna Katharine Green (Brooklyn, 1846 – Buffalo, 1935), che influenzò Agatha Christie e Conan Doyle, e fu presentata al pubblico italiano ai tempi dei primi gialli Mondadori (anni Venti del secolo scorso) con il suo libro Le due cugine (altrimenti noto come Il caso Leavenworth). Si tratta di ragioni editoriali, letterarie, culturali. Il mistero della porta accanto (prima d’oggi sconosciuto ai lettori di lingua italiana) è indiscutibilmente un giallo, anzi un grande giallo, per la complessità del marchingegno poliziesco e per la precisione con cui funziona, per la capacità di avvincere di una narrazione che non è mai pesante perché sostenuta da una logica stringente e da una visione penetrante dei moventi dell’azione. Esso possiede una trama avvolta sapientemente nel mistero, ricca di personaggi e di colpi di scena, come pure di soluzioni impensate le quali tuttavia, appena rivelate, risultano subito di immediata evidenza. Fra i suoi pregi c’è il valore storiografico, in quanto esso rappresenta il capostipite di tutte le detective story venute dopo sia in America che in Europa e quindi in tutto il mondo. Con Il mistero della porta accanto (1897), una delle opere più riuscite di A. K. Green, si può dire anzi che nascano il concetto stesso di detective story e il suo paradigma narrativo. Fra l’altro questo libro, opera pionieristica che apre la strada della letteratura gialla di matrice femminile, presenta per la prima volta ai lettori un personaggio di alto profilo nella storia della letteratura di questo genere, quello di Miss Amelia Butterworth, che gli amanti del giallo considerano l’antesignana di Miss Marple, il celebre personaggio immortalato da Agatha Christie, “discendente“ inglese della Green e che in lei indicò la sua musa ispiratrice (come fra l’altro fece anche Carolyn Wells, autrice de Il mistero di Deep Lake, già uscito nella collana “Acetilene” di Grenelle).

Questo libro è tuttavia anche di più. Per la sua ricchezza di spunti esso può essere letto su piani diversi, corrispondenti alle stratificazioni che vi si possono rinvenire, non substrati fossili e semplici fondali inerti, ma parte viva della narrazione che in essa si sporge con propaggini per arricchirla. Innanzitutto nel linguaggio e nei dialoghi (il più spesso formali e convenzionali, o enfatici e teatrali, spesso venati da un humour tutto particolare) e nella psicologia dei personaggi (ispirata per lo più alla morale e ai valori correnti dell’epoca, nonché alla mitologia tutta americana del self-made man); poi nella maniera di vivere le relazioni e di percepire e comunicare i sentimenti a seconda del genere, dell’età, della condizione sociale (con l’esplicitazione di una sorta di galateo che incorpora come valori ovvi e indiscussi la tradizionale divisione dei ruoli fra i sessi, nonostante una proclamata ma parziale emancipazione femminile, e soprattutto l’accettazione dello status quo nella struttura e dinamica delle classi sociali). Si crea così un’atmosfera tutta particolare, percepibile nell’ambientazione degli interni e delle scene “in esterni” in una New York fin de siècle colta, oltre che negli ambienti polizieschi e giudiziari, nei salotti eleganti dell’upper class come nei tuguri della locale Chinatown, nella casa appassionatamente kitsch dell’affittacamere Mrs Desberger, come negli alberghetti di seconda categoria e in un variopinto mercato di quartiere, nelle luci di Broadway come nelle enormi avenue, nelle strade affollate e calde di metà settembre, in mezzo ai sibili notturni dei tram, e nelle tante altre occasioni metropolitane in cui la narrazione conduce. Fra le quali non va dimenticata quella di gustare delle ottime ostriche – nel libro sono il pasto veloce che una coppia misteriosa consuma in un hotel – che all’epoca erano una delle specialità di New York – città di mare, in fondo – un tempo immersa in una natura lussureggiante e incontaminata. E pian piano il libro si rivela uno specchio dei tempi (assai moralistici, poiché una donna doveva per forza indossare un cappello per non compromettere la sua reputazione) e un teatro di passioni, ma con una prerogativa quasi magica: nella fedeltà con cui li descrive e riecheggia, esso poi discretamente se ne distanzia, affacciandosi in una regione letteraria indipendente nella sua ragion d’essere, e infine li trascende. La grande e articolata scena sopradescritta doveva in apparenza solo servire a rappresentare un intrigo poliziesco, in cui il rapporto fra il detective Gryce della polizia di New York – un astuto segugio che non guarda mai in faccia il suo interlocutore, preferendo fissare, totalmente estraniato e inaccessibile, piccoli oggetti che rigira fra le mani, e l’investigatrice dilettante Miss Amelia Butterworth, attempata signorina dell’aristocrazia cittadina con la passione della logica – nasce come sfida, per poi diventare cooperazione di intelligenze a favore della giustizia. Una cooperazione in cui si correggono gli errori nelle indagini che eccessiva sicurezza e scarsa fantasia possono determinare. Nel giallo di cui parliamo il compito degli investigatori è quello di scoprire chi in modo efferato ha ucciso e sfigurato una giovane donna nella dimora temporaneamente disabitata dei Van Burnam, una famiglia dell’alta borghesia di New York, che sta tornando su un vapore da una vacanza in Europa al momento del delitto. Ma la stratificazione di cui si diceva, i diversi e ben evidenti piani di lettura antropologico, sociologico, psicologico, che possiamo individuare, i modi di farsi e dirsi dei sentimenti, si fondono e diventano supporto concreto di verosimiglianza di una narrazione di respiro più ampio e di miglior dettaglio in cui sentiamo, attraverso la sensibilità e i variegati interessi dell’autrice (che cita qui anche il acconto di Henry James La figura nel tappeto, pubblicato l’anno prima di questo giallo) il sapore di un’epoca, con gli innumerevoli echi delle emozioni e del discorso pubblico, di ciò che forma il senso comune.

 Brano tratto dall’Introduzione al volume “Il mistero della porta accanto” di A. K. Green

L’immagine in evidenza è tratta dal progetto fotografico Operation Doorstep (1953).

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